La generosità, ben lungi dall’essere un fenomeno soggettivo e limitato alla sfera delle interazioni private, estende la sua area d’azione a tutto il tessuto sociale e si pone come forza gravitazionale e innesco dei fenomeni di riconoscimento e di riconoscenza, indispensabili affinché la società possa avere luogo.

Molto prima delle leggi, che regolano i rapporti tra cittadini, e molto più estesamente dei rapporti economici, che muovono le relazioni tra soggetti dotati d’interesse, la generosità si trova alla base dello “stare insieme” dei soggetti civili, siano essi persone o istituzioni.

La constatazione della crescita della disuguaglianza, sia tra aree diverse del mondo che all’interno delle stesse nazioni, sollecita a rivedere i rapporti tra stato, mercato e filantropia.

Il dono è il principale creatore simbolico di socialità e, allo stesso tempo, è il motore della circolazione materiale dei beni, reazione di fronte all’ignoto e forza alla base dello sviluppo delle alleanze.

Il dono scardina, non crea gerarchie. Il dono viene prima dell’economia e dello Stato, non ha una funzione ancillare rispetto a questi ma ne è il fondamento, in quanto fatto personale e collettivo nello stesso tempo, relativo addirittura alle modalità di rapportarsi di una parte del mondo rispetto a un’altra.

Il dono implica il desiderio dell’altro, l’idea di far parte di qualcosa di più vasto che partecipa a un sapere comune in cui ci si riconosce reciprocamente. Ben altro e molto di più di un “pacco con il fiocco”.

Della generosità non si può fare a meno. E ciò non perché essa rappresenti una forma gradevole del vivere comune, né perché sia l’esito naturale della gestione del sovrappiù nelle società opulente, o perché rappresenti una forma umanizzata di scambio entro relazioni reificate e ormai vampirizzate dalla logica utilitaristica. Più radicalmente, la generosità che si esplicita nell’atto del dono è uno degli elementi fondanti della stessa capacità cognitiva e creativa umana, senza la quale sarebbe difficile non solo costruire serie relazioni sociali, ma sarebbe anche impossibile progredire nella scala dell’immaginazione simbolica individuale e della creatività sociale.

Accanto alla moralità, la pazienza, lo sforzo entusiastico, la concentrazione e la saggezza, la prima perfezione trascendentale, quella che tutte le precede e da cui inizia il viaggio, è la generosità. La quale, nelle sue forme intellettuali e simboliche, prende la manifestazione di generosità d’idee e facilità di condivisione e confronto con il diverso.

Essere generosi significa porsi in relazione agli altri come soggetti che generano. E qui non è tanto importante l’accento sul valore di ciò che è donato, quanto il fatto che sono proprio il soggetto generante e la sua capacità produttiva all’origine stessa del valore. La radice stessa del termine indica il significato generativo e produttivo, cioè creativo, della generosità.

I conti della generosita’ non devono soddisfare al requisito del ritorno economico. Il dono, che è l’espressione tangibile della generosità, non ha un vero e proprio bilancio.

Essere generosi, allo stesso modo che essere creativi, significa essere grandemente produttivi. Indipendentemente dal valore intrinseco di ciò che si crea e di ciò che si dona, il soggetto ha dalla sua parte un approccio verso il mondo che potremmo definire “incurante dello spreco”, un approccio orientato all’abbondanza.

Donare significa fare essenzialmente due cose: immaginare il bene altrui e includere l’altro nella propria relazione di cura.

Nomade

Sistemi educativi che non incentivino la generosità possono essere alla lunga molto pericolosi per la salute del tessuto sociale. La generosità ha dimensioni sociali. Dato lo stretto legame tra generosità, creatività e comprensione, reticoli sociali connotati da comportamenti poco generosi o invidiosi sono in grado di creare forme di stupidità sociale, cioè di restringimento dell’orizzonte nelle potenzialità creative e cognitive.

La generosità va vista e giudicata all’interno delle relazioni sociali che creano libertà.

Dobbiamo distinguere il denaro che è regalato ma che vincola e crea dipendenza dal denaro che promuove libertà. Il donare senza motivo è un potente fattore di creatività e di libertà. Doniamo a coloro che riusciamo anche a comprendere. Comprendiamo coloro cui riusciamo a donare. Se paragoniamo l’oggetto-gadget all’oggetto-dono riscontriamo le forti diversità. Mentre il gadget rinforza le differenze ed è esclusivo, la cultura del dono è inclusiva e nasce dalla comprensione del bisogno altrui. È donando che ci si dichiara concretamente pronti a giocare il gioco dell’associazione e dell’alleanza”.

La restituzione di un dono è spesso qualcosa d’intangibile e a un livello superiore.

Se la restituzione oggettuale può mancare, quello che non manca mai è la restituzione di una coscienza che è riconoscente o disconoscente, cioè di un soggetto che può confermare o negare il riconoscimento. La dinamica del dono è profondamente intrecciata con quella dell’inclusione.

Donare è includere, inglobare nel proprio orizzonte affettivo e relazionale, spostare un confine.

Nella tirchieria quel che è più grave non è tanto l’attaccamento alle cose e al denaro, quanto l’esclusione sociale che essa determina, le paratie che essa alza verso le persone, che vorrebbe vedere escluse da beni e da affetti.

Crediamo che non sia affatto vero che una buona azione in sé debba essere necessariamente giustificata in base all’utilità che produce.

Il dono è alla base del sistema sociale. Le forme di generosità, sia individuali che istituzionalizzate, andrebbero promosse e sostenute dalla scuola, dalle istituzioni pubbliche e dagli operatori economici, perché rappresentano il collante della società civile.

Il dono è un atto etico di costruzione politica, che avviene all’interno della società civile unita dalla stessa immaginazione di bene comune.

Nel mondo occidentale sembra che le opportunità di sviluppo della propria personalità si siano gradatamente ristrette allo stesso ritmo con cui sono diminuiti i salari per i giovani al primo impiego e con cui è cresciuto il tasso di disoccupazione giovanile. Nel mondo orientale e nei paesi in via di sviluppo, è difficile credere che vi sia un’evoluzione delle opportunità di realizzazione della personalità all’interno dei numerosi sweatshop che forniscono mano d’opera precaria a basso salario e totalmente privata di diritti sindacali.

Quello cui si assiste con il dono è l’instaurarsi e il consolidarsi di una rete di relazioni sociali, per le quali le persone sentono di appartenere ad una sola comunità e di sentirsi ad essa legati.

La giustizia, il diritto e la redistribuzione rappresentano il collante nell’ambito delle relazioni di riconoscimento all’interno dello Stato, ciò che tiene uniti i cittadini e li fa sentire uguali nei diritti e nei doveri.

Il welfare sociale pubblico non è un dono. Nel welfare pubblico lo Stato non dona e non si comporta da entità filantropica. Il welfare è una semplice gestione della redistribuzione di risorse raccolte tramite il sistema fiscale e fa parte essenziale e costitutiva dei compiti etici e imprescindibili dello Stato.

Il possesso di denaro, nella società contemporanea, è fortemente collegato ai sentimenti di sicurezza, di fiducia e di autostima. La disponibilità economica è molto comunemente ritenuta fonte e sinonimo di successo, soprattutto in relazione a legami e appartenenze sociali. Visto da questa prospettiva, il fatto di possedere denaro aiuta a ottenere una maggiore considerazione all’interno di una comunità e permette di imporsi sugli altri. Dal punto di vista delle dinamiche di costruzione dell’identità sociale, il denaro è simbolo di ciò che unisce le persone, ma molto più spesso di ciò che le divide e crea conflitti e lacerazioni.

C’è ancora molta strada da fare, lo Stato ha fallito in parte nella messa in pratica dei compiti che gli spettano e c’è bisogno di un salto che oltrepassi le logiche che sono state alla base e che hanno prodotto le disuguaglianze.

Per cambiare la situazione attuale dovrebbe verificarsi una rivoluzione culturale e un cambio nei rapporti di potere che investa tutte le sfere dell’esistenza, nell’ambito delle relazioni locali, ma ancor di più a livello collettivo, fino alle strutture statali.

La stupidità sociale è talmente imperante e funzionale alla chiusura del senso pratico che diviene spesso invisibile e non percepita dall’interno. Poiché noi tutti siamo immersi nel brodo sociale in cui viviamo, arginare la stupidità sociale è pressoché impossibile e il contagio è inevitabile. Assorbiamo i paradigmi sociali imperanti, ci adeguiamo alle regole del gioco, adottiamo i modelli di pensiero dominanti, confiniamo la nostra immaginazione entro i limiti di quanto ritenuto utile e conveniente.

 

“La Società generosa”, Feltrinelli ed. Vita

co-autrice Martina Reolon

 

For a Generous Society

A tre anni dalla scomparsa di Pier Mario, la Fondazione Cariplo ha voluto rendere omaggio all’ultimo libro di Pier Mario Vello e Martina Reolon, traducendo il testo in inglese, per una più ampia divulgazione dello stesso.

La versione integrale è scaricabile al seguente link:

For a Generous Society

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